Chiesa di Sant’Agata

Chiesa di Sant’Agata

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Edificata probabilmente all’inizio del XIII sec., in pieno periodo angioino, prima del terremoto del 1693 presentava un alto campanile di forma quadrata con l’interno a lumaca, tutto d’intaglio, costruito dai Francesi al tempo di Carlo d’Angiò, prima del Vespro Siciliano.

Edificata probabilmente all’inizio del XIII sec., in pieno periodo angioino, prima del terremoto del 1693 presentava un alto campanile di forma quadrata con l’interno a lumaca, tutto d’intaglio, costruito dai Francesi al tempo di Carlo d’Angiò, prima del Vespro Siciliano. Dopo il terremoto, la chiesa venne ricostruita e vi s’inglobò anche quella, vicina, di S. Pietro che era stata eretta nel 1390 e anch’essa rimasta distrutta.

L’interno, a tre navate, è decorato da stucchi, mentre il suo elegante prospetto, di pietra intagliata, è ornato da lesene con capitelli. Il portale, con timpano sovrastato da una grande finestra, è coronato da un frontone terminale con croce di pietra ed affiancato da due torri, a due ordini, con campane del Settecento.

Tra le opere in essa contenute, risultano di rilievo la grande pala d’altare raffigurante il Martirio di S. Agata del 1620 di Giovanni Bonino, detto “il Romano”, la cappella del SS. Sacramento del 1600, con l’altare barocco di legno scolpito e dorato, ed una tela della Madonna del Lume proveniente dalla vicina chiesa di Sant’Anna; e ancora, l’antica statua processionale della Madonna dell’Acqua, compatrona della città, proveniente dalla diruta chiesa della Mercè, la statua e il fercolo processionale di San Pietro, titolare dell’antica chiesa vicina, una grande tela della Caduta di Simon Mago, un bel dipinto cinquecentesco del Crocifisso e la cantoria con l’organo settecentesco, opera del Santucci.

Donna Bianca Trao, inginocchiata dinanzi al confessionario, chinava il capo umile; abbandonavasi in un accasciamento desolato; biascicando delle parole sommesse che somigliavano a dei sospiri. Dal confessionario rispondeva pacatamente una voce che insinuavasi come una carezza, a lenire le angosce, a calmare gli scrupoli, a perdonare gli errori, a schiudere vagamente nell’avvenire, nell’ignoto, come una vita nuova, un nuovo azzurro. Il sole di sesta scappava dalle cortine, in alto, e faceva rifiorire le piaghe di sant’Agata, all’altar maggiore, quasi due grosse rose in mezzo al petto. Don Luca (…) nello stesso tempo passava e ripassava vicino a donna Bianca che si era inginocchiata a pregare dinanzi alla cappella del Sacramento, sfolgorante d’oro e di colori lucenti da accecare.

da “Mastro don Gesualdo”  di Giovani Verga

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