Monastero benedettino e chiesa di S. Nicolò l’Arena

Monastero benedettino e chiesa di S. Nicolò l’Arena

Piazza Dante Alighieri, 21, 95124 Catania CT, Italia

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Gioiello del tardo barocco siciliano, fondato nel 1558, oggi è patrimonio mondiale dell’Unesco.

Il complesso monastico si presenta agli occhi dei visitatori come un gioiello del tardo barocco siciliano. Il plesso venne fondato nel 1558 quando, abbandonato l’antico cenobio di San Nicolò l’Arena di Nicolosi per sfuggire al clima rigido, alle eruzioni e ai briganti, su concessione del Vicerè DeVega, nella collina di Montevergine (ma entro le mura della città) i monaci Cassinesi ottennero un vasto terreno già spianato per divenire piazza d’armi. Sconvolto da calamità naturali, distrutto e ricostruito, il monastero è esempio di integrazioni architettoniche tra le epoche storiche. Visitandolo si possono leggere, come in un libro aperto, i cambiamenti subiti a causa della colata lavica del 1669 prima e del terremoto del 1693 dopo, ma anche degli usi civili a cui venne destinato subito dopo l’Unità d’Italia.

Il primo impianto nasceva a forma quadrata con un chiostro interno definito dei “marmi” (chiostro “di ponente”) per via della presenza del pregiato marmo di Carrara nell’elegante colonnato seicentesco, nella fontana quadrilobata posta al centro e nei decori rinascimentali che ne addolcivano maggiormente l’aspetto. Era costituito da un piano interrato, destinato a cantina e deposito delle derrate alimentari e a cucina, e due piani destinati ad accogliere le celle dei monaci, il capitolo, il refettorio, la biblioteca e il parlatorio oltre che il chiostro dei marmi. Della costruzione cinquecentesca rimase integro il piano interrato e parte del primo piano; del chiostro si salvarono solo 14 colonne. La ricostruzione iniziò nel 1702: il monastero venne ripopolato da monaci provenienti da altri cenobi, ingrandito rispetto alle pianta primigenia, ricostituito e rinnovato da elementi tardo barocchi. Al chiostro di ponente si aggiunse quello di levante, il giardino e il caffeaus in stile eclettico e la zona nord accolse spazi destinati alla vita diurna e collettiva dei monaci: la biblioteca, le cucine, l’ala del noviziato, i refettori, il coro di notte. Si sfruttò il banco lavico per realizzare i due giardini pensili, l’orto botanico – la villa delle meraviglie – e il giardino dei Novizi.

Ingrandito, decorato, rimaneggiato, il monastero divenne uno dei conventi più grandi d’Europa, secondo, tra quelli di ordine benedettino, solo a quello di Mafra in Portogallo. Al cantiere benedettino parteciparono i più grandi architetti siciliani: Amato, Ittar, Battaglia, Santangelo, Palazzotto e soprattutto Giovan Battista Vaccarini a cui si deve la realizzazione delle cucine e del refettorio grande, oltre che il progetto della biblioteca.

Nel 1866, con l’emanazione e l’applicazione delle “leggi eversive”, il monastero venne dichiarato di demanio regio e a partire dal 1868 vennero riadattati gli spazi adibiti ai cosiddetti usi “civili”. Si trattava prevalentemente di scuole, tra cui la più rinomata era l’Istituto Regio “Carlo Gemmellaro”, ma venne anche allocata la caserma militare (nell’ala sud e nel cortile) e l’osservatorio astrofisico con il laboratorio di meteorologia e geodinamica. Le nuove destinazioni d’uso furono origine di una serie di profonde e, a volte, irreversibili modifiche che il monastero subì nonostante il suo riconoscimento, all’indomani dell’Unità d’Italia, come monumento nazionale. Vennero cancellati buona parte degli affreschi, divisi i corridoi, soppalcati i tetti, introdotte superfetazioni per fare spazio ad uffici, palestre, latrine. L’orto botanico di quasi 5 ettari fu lottizzato e destinato ad accogliere i padiglioni del nuovo ospedale dedicato al re d’Italia, Vittorio Emanuele.

Dopo decenni di quasi abbandono, nel 1977, nell’ambito della riqualificazione del centro storico della città, il Comune donò il monastero all’Università degli Studi che lo destinò a sede della storica facoltà di Lettere e Filosofia. Il progetto di recupero portò la firma dell’archistar Giancarlo De Carlo grazie al quale, nel 2008, il complesso venne riconosciuto dalla Regione Siciliana quale opera di architettura contemporanea.

La grandiosa chiesa di San Nicola si ispira ai modelli architettonici romani, tanto che venne concepita come una piccola San Pietro siciliana. Fu iniziata nel 1687 su disegno di G.B. Contini e dopo il terremoto del 1693 i lavori furono condotti da diversi architetti, tra cui Francesco Battaglia e Stefano Ittar; quest’ultimo realizzò la cupola alta 62 metri; il prospetto, invece, rimase incompiuto (1796) per difficoltà di ordine tecnico e gravi problemi economici.

L’interno è a tre navate e raggiunge una lunghezza di 105 metri; ciò che colpisce è la grandiosità delle partizioni architettoniche e la chiara luce diffusa che penetra dagli alti finestroni. Nelle navate di destra e sinistra si aprono le cappelle semicircolari precedute da eleganti balaustre: al loro interno, tele di Camuccini, Tofanelli, Rossi, Boudard, Nocchi. Al centro dell’area presbiterale spicca il grande altare maggiore realizzato con materiali preziosi e tutt’intorno si dispongono gli stalli del coro ligneo scolpiti dal palermitano Nicolò Bagnasco.

Ma l’opera che nel passato aveva dato più lustro alla chiesa era il celeberrimo organo di Donato del Piano. Vi sono imitati tutti gli strumenti a corda e a fiato: dall’ottavino al serpentone, dal violino al contrabbasso, dal tamburo rollante e battente alla pastorale zampogna; dispone di 72 registri, cinque ordini di tastiere, 2.916 canne.

Particolare attenzione va alla grande meridiana lunga 39 metri realizzata nel 1841 dagli astronomi Wolfrang Sartorius barone di Waltershausen di Gottinga e dal prof. Cristiano Peters di Flensburgo.

La sacrestia, realizzata anch’essa dal Vaccarini, accoglie il Sacrario dedicato ai Caduti delle due guerre mondiali.

Dopo le lezioni c’era la messa che scendevano ad ascoltare in chiesa; la più grande di Sicilia, tutta marmo e stucco, bianca e luminosa, con la cupola che sfondava il cielo e l’organo di Donato del Piano costato tredici anni di lavoro e diecimila onze di denari. Subito dopo i novizi andavano al refettorio,, certe volte in quello grande insieme coi Padri, certe altre da soli, nel piccolo, secondo prescriveva la Regola.

Da “I Vicerè” di Federico De Roberto

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