BASILICA DI S.VITO

BASILICA DI S.VITO

Via S. Gregorio Magno, 79, 95049 Vizzini CT, Italia

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Occulto oratorio ai tempi della persecuzione degli antichi Cristiani (il cui culto si svolgeva nelle preesistenti grotte – come attesta un ipogeo attiguo alla Cappella del Sacramento) divenne chiesa con l’ufficializzazione dei culto cristiano. L’attuale chiesa, in stile tardo-barocco con influssi manieristi, vede la presenza di una serie di pregevoli statue tardo cinquecentesce, un magnifico […]

Occulto oratorio ai tempi della persecuzione degli antichi Cristiani (il cui culto si svolgeva nelle preesistenti grotte – come attesta un ipogeo attiguo alla Cappella del Sacramento) divenne chiesa con l’ufficializzazione dei culto cristiano. L’attuale chiesa, in stile tardo-barocco con influssi manieristi, vede la presenza di una serie di pregevoli statue tardo cinquecentesce, un magnifico ed imponente cristo ligneo monocromo seicentesco di autore ignoto, una ricca cappella con interessanti stucchi di gusto neoclassico, un grande reliquiario concesso da Papa Clemente VII nel 1601 e varie altre opere pittoriche e pale d’altare tra le quali una di pregevole fattura, raffigurante la Madonna dell’Itria, della seconda metà del seicento, recentemente restaurata.

Straordinario e di inconsueta fattura è l’altare maggiore. Si tratta, infatti, di un altare in pietra bianca degli iblei che presenta, figure scolpite simili a quelle che ritroviamo nelle mensole dei balconi dei palazzi nobiliari ricostruiti dopo il tremendo terremoto del 1693. Tali figure sono una simbolica condanna inflitta ai mostri del male che vengono ancorati alle murature con la funzione vile di reggere i pesi dell’architettura. L’altare proviene dalla chiesa gesuita di S. Ippolito (oggi inesistente) e proprio i gesuiti, nella loro opera di catechesi popolare, volevano con tutti i mezzi possibili, anche con le scelte figurative nell’arte, che trionfasse la fede sull’eresia. Essi accettarono, quindi, queste figure mostruose in quanto espressione di un Satana che andava sconfitto. Ed erano anche tollerate nudità femminili, come quelle visibili nelle lesene di questo altare perché, in realtà, esse erano cariatidi che simboleggiavano le donne della città greca di Karya che venivano raffigurate, già nell’antichità, come sorreggenti il grande peso degli architravi dei templi come punizione per aver dato appoggio ai persiani tradendo la loro patria. Una storia tutta pagana ma che ben poteva rientrare nel progetto gesuita di condanna per chi era infedele.

La chiesa è anche un luogo verghiano viene infatti citata nel “Mastro don Gesualdo” di Giovanni Verga:

“E subito, dal quartiere basso, giunse il suono grave del campanone di San Giovanni che dava l’allarme anch’esso; poi la campana fessa di San Vito”.

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