
Il fiume Grande o Imera settentrionale
Con il suo andamento sinuoso e i suoi 35 km di lunghezza l’Imera settentrionale è uno dei principali fiumi siciliani. Nasce nei pressi del monte Mufara, a quota 1848 metri, con il nome di torrente Fichera e, dopo un tratto tipicamente di montagna nel territorio di Polizzi Generosa, incontra il suo principale affluente, il torrente Salito, trasformandosi nel fiume Imera. Una volta diventato ampio e ciottoloso, prosegue verso nord, fino a sfociare nel mar Tirreno, vicino ai resti della colonia greca di Himera. Per le differenti tipologie di terreni che attraversa (caratterizzati da noccioleti, uliveti e alberi da frutto) lo possiamo quasi considerare un “sentiero mobile”, che accompagna alla scoperta della vocazione produttiva del territorio.

La Polis greca di Himera
Himera, fondata nel 648 a.C. da Calcidesi provenienti da Zancle, l’odierna Messina, ebbe il proprio destino saldamente legato alle vicende della guerra tra le città greche della Sicilia e Cartagine. Dopo alterne vicende, a seguito della definitiva sconfitta nel 409 a.C. contro i Cartaginesi e dopo la sua caduta la città venne rasa al suolo e abbandonata dagli abitanti superstiti. Le prime indagini ufficiali risalgono al 1861, sotto la direzione della Regia Commissione di Antichità, venendo rilevati i primi resti del tempio dorico. L’anno successivo furono iniziati gli scavi, che portarono alla luce i reperti delle gronde a teste leonine. Successive campagne di scavi furono avviate nel 1927 e nel 1930. A partire dal 1963, grazie alla collaborazione tra la Soprintendenza Archeologica di Palermo e l’Istituto di Archeologia dell’Università di Palermo, furono avviate annualmente indagini archeologiche sul Piano di Imera, indagando l’area sacra, la città alta e anche le zone periferiche ed extraurbane, come le necropoli ed i siti del territorio imerese. Il patrimonio archeologico di reperti e resti osteologici costituiscono il nucleo principale dell’Antiquarium Regionale di Himera. Le aree di interesse archeologico sono quelle dell’abitato, diviso tradizionalmente in “città alta” e “città bassa”. La prima, suddivisa su tre piani (Piano Lungo, Piano di Imera e Piano del Tamburino), presenta diverse strutture archeologiche indagate nel corso del tempo: l’area sacra del Temenos di Athena; l’isolato Est sulle estreme pendici della città e parte delle mura di fortificazione dell’abitato. L’area archeologica della “città bassa” interessa parte dell’impianto urbanistico della prima metà del VI secolo a.C. con il Tempio della Vittoria (edificato però nel 480 a.C. per celebrare la vittoria contro i Cartaginesi) e una piccola area di fortificazione nell’angolo nord-ovest dell’impianto urbano.

La magia dei mulini ad acqua
I mulini ad acqua, realizzati tra il 1156 e il 1800, raccontano la storia del territorio. Il trascorrere del tempo ce li propone per lo più diruti o inglobati in altre costruzioni, ma grazie al suggestivo “itinerario delle acque e dei mulini” è possibile scoprirne caratteristiche e modalità d’utilizzo. Tra i meglio conservati della tipologia a ruota orizzontale, ecco il mulino “dell’Asiniddaru” nella zona di Scillato (dove sono preservati non solo gli ambienti, ma anche alcuni degli elementi del meccanismo); il mulino “Paraturi” (oggi Museo dell’Acqua), che venne utilizzato per la realizzazione di tessuti e la lavorazione della zabbara (oggi riproposta a scopo didattico); il mulino “Rasu”, l’ultimo a cessare l’attività di macinatura del grano, negli anni Sessanta.

La phiale aurea in oro zecchino
Secondo gli scritti degli archeologi Francesca Spatafora e Stefano Vassallo, la phiale aurea di Caltavuturo è databile alla seconda metà del IV – prima metà del III sec. a.C. pesa 982,40 g, ha un diametro di 22,75 cm, il bordo alto 1,8 cm e presenta una decorazione, realizzata a punzonatura e con incisioni a bulino, di straordinaria qualità. La storia, secondo le indagini sul suo recupero, ha avuto inizio nel 1980 con il rinvenimento casuale nel territorio di Caltavuturo, durante i lavori di costruzione di un pilone della linea elettrica. Dopo alcuni passaggi da vari collezionisti, finisce negli Stati Uniti da dove, nel 1999, la phiale, ritorna in Italia, dopo sentenza dell’autorità giudiziaria americana e viene affidata, dalla magistratura, alla custodia giudiziale della Soprintendenza di Palermo. Dal marzo 2004 il prezioso reperto è conservato nell’Antiquarium di Himera.

Scolpiti dal tempo
Selvaggi, affascinanti, scolpiti dal tempo: sono i calanchi, particolari colline caratterizzate da accentuati fenomeni di erosione causati dallo scorrimento delle acque su rocce argillose. Sulle Madonie lo spettacolo è assicurato dal museo a cielo aperto dei calanchi di Ottosalme, nei pressi del fiume Imera settentrionale, in cui è visibile una spettacolare struttura calanchiva insistente sulle argille mioceniche. L’azione delle acque, in una zona con scarsa copertura vegetale e quindi poco protette dal ruscellamento, ha dato vita a queste formazioni, che solitamente si dispongono a gruppi di piccole valli confluenti in alvei maggiori. La presenza dei calanchi è diventata motivo di attrazione, sia per i geologi e gli studiosi che per turisti ed appassionati di trekking, che possono osservare da vicino le affascinanti incisioni che la natura, con l’ausilio dell’acqua, ha prodotto sulle rocce delle Madonie.

