Palazzo della Cultura – Ex Palazzo Platamone

Palazzo della Cultura – Ex Palazzo Platamone

Palazzo della Cultura – Ex Palazzo Platamone

Palazzo Platamone - Palazzo Della Cultura - Ex Convento San Placido, Via Vittorio Emanuele II, Catania, CT, Italia

Catania > Palazzo della Cultura – Ex Palazzo Platamone

Nel cortile, la loggia di Palazzo Platamone, risalente al ‘400, è l’unica testimonianza della città tardo-medievale sopravvissuta al terremoto del 1693.

Il Palazzo Platamone alla marina era ubicato tra il porto Saraceno ed il porto Pontone che rappresentavano i due più importanti approdi della Catania medievale. Apparteneva alla illustre e ricca famiglia dei Platamuni che si distinse nel campo commerciale ma che ebbe anche importanti esponenti che primeggiarono nell’ambiente politico ed ecclesiastico. Tra essi Battista Platamuni Viceré di Sicilia nel 1436 e segretario del re Alfonso il Magnanimo dal quale ricevette l’investitura del fondo di Aci; Giuseppe, dell’ordine dei domenicani, che nel 1530 tenne il discorso ufficiale nella cattedrale di Bologna per l’incoronazione dell’Imperatore Carlo V alla presenza del Pontefice Clemente VII; Antonio Vescovo di Malta; la venerabile suor Agata alla cui preghiera si raccomandava da Madrid il medesimo re Filippo II.

A questo casato la ricchezza proveniva comunque dal commercio dei prodotti agricoli, del bestiame e dei tessuti esportati da Catania via mare nonché dall’attività svolta da alcuni esponenti della famiglia che esercitavano la professione di affermati banchieri.

Il loro palazzo ospitò spesso la Regina Bianca, moglie di re Martino il Giovane, la quale per agevolare i traffici commerciali dei Platamuni aveva concesso l’apertura di una posterna nelle mura di cinta del baluardo adiacente alla casa di Don Antonio Platamuni. Questo privilegio fu goduto successivamente dai principi di Biscari.

Nel XV secolo la famiglia Platamone donò alle monache benedettine la loro dimora, che la trasformarono in monastero.

Le scosse sismiche del 9 e dell’11 gennaio del 1693 distrussero le fabbriche del monastero ed al sisma sopravvissero solo due monache; quanto rimasto in piedi venne, poi, abbattuto durante la ricostruzione della città. Nel periodo post-terremoto, così come era accaduto per altri monasteri femminili di Catania, al monastero di San Placido venne assegnato un intero isolato della nuova città, il sito era più ampio di quello prima del terremoto e solo in parte si sovrapponeva all’area preesistente.

Oltre 100 anni durarono i lavori di ricostruzione del monastero e furono spese migliaia di onze. A questo progetto parteciparono alcuni fra i protagonisti della rinascita della città: Alonzo Di Benedetto, l’architetto Giuseppe Palazzotto, Francesco Battaglia e Giovan Battista Vaccarini, mentre per il nuovo prospetto della Chiesa, iniziato nel 1768, le monache si affidarono all’architetto Stefano Ittar.

Il convento è costituito da tre elevazioni, due delle quali risultano realizzate in maniera esaustiva, mentre l’ultima è quasi completamente scoperta, costituita dalla semplice parete di prospetto sia per rapportare l’altezza dell’edificio monastico a quello della chiesa di San Placido sia per “difendere” la clausura delle monache, che dal popolo erano comunemente chiamate con un nomignolo: li fanatichi.

Una parte del piano terra era probabilmente destinata ai servizi quali cucina, magazzini, cantina e lavanderia e attraverso una scala elicoidale le monache accedevano ad un terrazzino, utilizzato come stenditoio.

In seguito alla soppressione degli ordini religiosi (1866-1867), i complessi conventuali furono annessi al demanio pubblico dopo l’unità d’Italia e soltanto nel 1909, entrando il monastero in possesso del Comune di Catania, le monache di San Placido lo dovettero abbandonare.

Da allora iniziò il declino del complesso monumentale. Nel 1943, il monastero fu gravemente danneggiato da un bombardamento, distruggendo parte dell’edificio prospiciente piazza San Placido. Negli anni ’50 ulteriori trasformazioni videro la demolizione dell’impianto delle celle del primo piano e del coro di notte per far posto alla costruzione del teatro Rosina Anselmi e del suo foyer. Successivamente l’edificio divenne sede della caserma dei vigili del fuoco, falegnameria comunale, uffici destinati alla manutenzione e il chiostro fu adibito a parcheggio di automezzi comunali. Tutti gli interventi effettuati al complesso monastico ne hanno modificato l’assetto originario, come la costruzione di superfetazioni sulla terrazza, l’inserimento nell’angolo nord orientale di una scala in muratura e l’apertura di un ampio varco sulla via Landolina per consentire l’accesso di automezzi nella corte.

Nel corso del restauro le superfetazioni e le alterazioni non storicizzate sono state completamente demolite, restituendo l’originaria identità architettonica ad uno dei più significativi complessi conventuali della città.

Dal mese di dicembre 2008 l’ex palazzo Platamone ospita l’Assessorato alla Cultura e la Direzione Cultura.

Nel cortile, la loggia di Palazzo Platamone, risalente al ‘400, è l’unica testimonianza della città tardo-medievale sopravvissuta al terremoto del 1693. Si può ammirare un profondo archivolto, sormontato da un balcone con parapetto decorato con un motivo a chevron, fasce bicolori di pietra calcarea e schiuma lavica. L’archivolto è formato da numerose mensole, sempre in pietra calcarea, legate fra di loro con una serie di piccoli archi ogivali decorati con motivi vari. Al centro lo stemma della famiglia, dove vi è raffigurato un monte sovrastato da tre conchiglie a loro volta sormontate da un giglio.

All’interno dell’ex convento, si conserva un vano di epoca romana, ubicato a circa cinque metri sotto l’attuale livello stradale, che la tradizione lo lega alla casa natale di S. Agata. L’ambiente si presenta con volte a botte, realizzato con conci in pietra lavica. Su una delle pareti è ricavata anche una piccola edicola in pietra bianca, forse appartenuta ad un’epoca successiva.

L’anti refettorio e il refettorio si suppone fossero utilizzati, temporaneamente, come chiesa delle monache prima della costruzione della chiesa di San Placido. L’ambiente fu successivamente diviso da superfetazioni. Sono ancora visibili alcuni affreschi ed una fontanella della seconda metà del ‘700. Nell’antirefettorio è visibile un affresco raffigurante San Placido al centro, Santa Barbara a destra e Santa Caterina D’Alessandria a sinistra.

Salendo attraverso i gradini dello scalone monumentale è possibile ammirare un primo affresco che rappresenta la “Madonna del Carmelo”, pittura murale della prima metà del ‘ 700 di autore ignoto, e un altro con baldacchino rappresentante la “Madonna del Rosario”, anch’esso della prima metà del ‘ 700 di autore ignoto.

Indirizzo

Via Vittorio Emanuele II, Catania, CT, Italia

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